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Le chiavi del cambiamento

Di François Clarinval

Chi di noi non ha voluto, in un momento o in un altro, cambiare il corso della sua vita? O contribuire ai grandi cambiamenti di cui il mondo necessita? Certe mattine ci svegliamo con un sapore amaro, quello che vogliamo, per noi stessi, per i nostri prossimi, la nostra società, il mondo, sembra irraggiungibile, come una montagna che ci schiaccia, ci immerge in un buio impenetrabile. Non presagendo alcuna prospettiva veniamo colti dalla rassegnazione e dalla rinuncia al cambiamento sperato. Eppure. Il cambiamento è alla nostra portata, a patto che soddisfiamo determinate condizioni. Ogni progetto deve infatti rispondere a tre domande preliminari: il cambiamento è necessario? Abbiamo noi i mezzi per realizzare il cambiamento? Infine, vogliamo noi veramente il cambiamento? In sintesi: dobbiamo cambiare? Possiamo cambiare? Vogliamo cambiare?

Dobbiamo cambiare?

La prima domanda riguarda il motivo del cambiamento. È esso imperativo? Certamente l’imperatività è una valutazione molto soggettiva. Non reagiamo tutti allo stesso modo nelle stesse circostanze. Dove uno vorrà cambiare rapidamente lavoro alle prime difficoltà un altro rimarrebbe nonostante le difficoltà. Una coppia penserà di separarsi alla prima prova, un’altra sceglierebbe di perseverare. Alcuni si rassegnano a vivere sotto la dittatura, mentre altri prendono la via dell’esilio, e altri ancora scelgono di resistere.

Ciò significa che non esiste un criterio universale che faccia sì che il cambiamento diventi, in un momento particolare, un imperativo? Per coloro che regolano la loro vita sui precetti della sapienza islamica, non lo è. Sia per la condotta individuale che la vita collettiva, ci sono situazioni in cui il cambiamento è indispensabile e dove non impegnarsi nel cambiamento significa sottrarsi alle proprie responsabilità. Di fronte alle prove della vita, siano esse individuali o collettive, il Corano e la Tradizione profetica, ci stabiliscono dei criteri e delle regole d’azione e di valutazione, in una parola un metodo. Questo metodo, proprio del Corano e della Tradizione profetica, stabilisce le soglie sociali, politiche, psicologiche, che non possono essere superate senza danneggiare la persona e il suo ambiente, il che comporta de facto l’obbligo di impegnarsi, per la persona e/o la comunità in questione, nel cambiamento necessario, seguendo l’orientamento offerto dall’etica musulmana e dalle sue finalità. Possiamo quindi parlare di un’etica musulmana del cambiamento che fissa le soglie oltre le quali gli individui e/o le comunità sono tenute ad agire, che indica i principi metodologici da applicare quando ci si impegna nella via del cambiamento (essenzialmente: la saggezza e la misericordia), che stabilisce gli obiettivi da raggiungere (la giustizia e il Bel Agire) e pone l’orizzonte ultimo da ricercare, il volto di Dio Altissimo.

Possiamo cambiare?

La seconda domanda riguarda i mezzi dell’azione. Questa domanda è evidentemente cruciale. Anche se siamo profondamente convinti della necessità di agire per il cambiamento, se non disponiamo dei mezzi dell’azione, siamo condannati all’impotenza. È evidente che da un punto di vista strettamente giuridico, nel senso della Legge divina, nessuno è tenuto a fare ciò che è al di fuori delle sue possibilità. Il pellegrinaggio ne è la migliore illustrazione, esso è obbligatorio per coloro che possono permetterselo. La mancanza di mezzi, risorse, capacità solleva pertanto dall’obbligo. A condizione, naturalmente, che si abbia già cercato di acquisire i mezzi per agire. E qui ancora una volta, il Corano e la Tradizione profetica ci danno degli orientamenti chiari, il cui meno significativo è il fatto di prepararsi all’azione. Nel contesto della modernità, dove tutto ci invita a reagire rapidamente (e spesso emotivamente) questa sapienza divina è estremamente preziosa.

Il credente è invitato a non lasciare il cambiamento all’azione reattiva e improvvisata. Egli è chiamato a pensare l’azione e a prendere il tempo per dotarsi dei mezzi necessari, essendo allo stesso tempo permeato dalla certezza che non accade che ciò che Dio vuole. Non c’è niente di più lontano dagli insegnamenti dell’Islam del fatalismo che gli orientalisti gli hanno attribuito. L’atteggiamento passivo e rassegnato, che possiamo osservare in alcune popolazioni musulmane, non è altro che una forma degenerata del lasciarsi andare, dell’abbandono fiducioso in Dio che non ha mai significato l’abbandono dell’impegno. Così, quando il dovere di agire per il cambiamento si presenta, un altro dovere si impone al credente: preparare il cambiamento, concretamente, praticamente.

Vogliamo cambiare?

La terza e ultima domanda non è meno cruciale in quanto riguarda la volontà. Nessun progetto è realizzabile senza questa facoltà. Anche se sarò certo della necessità di agire, anche se sarò in grado di farlo, se io non lo voglio, per qualunque motivo, nulla cambierà. L’esempio più eloquente a questo riguardo è la perseveranza nel male. Possiamo essere convinti che questa azione e quest’altra azione non è amata da Dio, ed essere in grado di tornare ad un comportamento amato da Lui, eppure non facciamo niente, e ciò per mancanza di volontà. Una delle virtù del credente è proprio la messa in pratica, l’implementazione. «… abbiamo sentito e obbediamo» ci insegna Dio alla fine del capitolo La Giovenca, attribuendo queste parole ai credenti.

La volontà, però, dev’essere distinta dalla spontaneità del desiderio, o dalla semplice voglia. La volontà non è possibile, infatti, se non è fondata sulla conoscenza. La volontà, è l’intenzione raggiunta dalla coscienza. Da questo punto di vista, più l’intenzione si radica nella certezza, più la volontà sarà forte e determinata. Essa allora aiuterà a superare gli ostacoli che non mancheranno di ostruire la via del cambiamento. Il Corano e la Tradizione profetica, ci insegnano tuttavia che la volontà umana non è assoluta e che è subordinata e conseguente alla volontà divina. La volontà primordiale appartiene a Dio, il quale «Quando vuole una cosa, il Suo ordine è quello di dire: “Sii!” ed essa è.» [1]. La volontà umana è dunque relativa. Ma quando la volontà umana, pur relativa che sia, si basa sulla conoscenza certa di Dio e si svolga sulla Via di Dio, essa converge con la volontà divina, l’unica vera, favorendo la Sua adorazione e la ricerca della Sua soddisfazione. La volontà di Dio, assoluta, fa, quindi, della volontà umana, relativa, una facoltà operativa. È in questo senso che si dice che quando una creatura vuole agire nella via del bene, è perché, precedentemente, Dio vuole, per questa creatura, un bene. La nostra volontà individuale, quando ambisce al bene, è questa una benedizione di Dio per noi, una via di accesso a Lui.

Tre chiavi

Come abbiamo quindi esposto brevemente sopra, l’Islam propone all’uomo una metodologia di cambiamento che articola dovere, potere e volontà, collocando questi tre criteri di cambiamento nel contesto dell’Unicità divina, dell’etica che ne consegue e del posto che essa assegna all’uomo nell’universo, in quanto vicario di Dio. Tutto non può essere fatto e accettato impunemente. Ci sono dei limiti che non devono essere superati ed è responsabilità di ogni uomo, soprattutto ogni credente, di operare, dal momento che questi limiti sono superati, per ristabilire il bene e, di questo, tutti ne saranno responsabili. Ricordiamo qui la storia di quell’uomo che ha speso tutta la sua vita nell’adorazione mentre la società intorno a lui viveva l’ingiustizia, la negazione e la trasgressione morale. Non è stato tenuto in conto questa adorazione di un’intera vita, poiché quest’uomo aveva mancato un obbligo primario: combattere l’ingiustizia e ricordare Dio ai suoi contemporanei.

Da questi tre criteri, è possibile valutare i nostri progetti di cambiamento, siano esse nella sfera individuale o collettiva. L’applicazione di questi tre criteri permette di chiarire la nostra relazione a questo o quel problema. Tale volontà di cambiamento è guidata da un reale bisogno (dovere) o da un’impulsione transitoria dell’Ego? Se non si tratta che di un’ingiunzione dell’ego, non dovrei piuttosto aspettare e lavorare su me stesso? Se questa volontà di cambiamento si scontra con delle impossibilità materiali. In questo caso, quale decisione dovrei prendere? Rinunciare? O dotarmi dei mezzi del cambiamento attraverso la definizione di un piano d’azione…? E se questo dovere di cambiamento non incontra la volontà necessaria, cosa devo fare? Continuare nell’errore, consegnarmi alla rassegnazione, alla passività o rivolgermi al mio Signore chiedendo a Lui di concedermi la volontà che mi manca? Come si vede, questi tre criteri sono le tre chiavi che ci permettono di posizionarci nella dinamica del cambiamento e, nel caso, di attuare azioni che permetteranno di avviare e continuare, sapendo che non accade che ciò che Dio vuole.

[1] S.36, V.82

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