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Perché la vita ?

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Imam Abdessalam Yassine

Perché la vita? Domanda centrale e vitale, domanda repressa, soffocata e insensata per alcuni!

È una domanda da non porre in pubblico a un’epoca priva di senso e presa da altri problemi inerenti il “come” delle cose e non il loro “perché”. La nostra epoca tecnica e scientifica curiosa di conoscere tutto, aperta sull’universo siderale come su quello molecolare, ficcanaso, meticolosa, osservatrice del minimo dettaglio di ogni cosa, resta tuttavia tragicamente estranea a questa domanda.

Il senso della vita, il perché della vita è eluso e non si pone se non in seno ad alcuni cerchie chiuse di filosofi infatuati di speculazioni metafisiche, o dagli emarginati dalla modernità come i musulmani o altri popoli “sfasati”.

Il positivismo è l’unico modo di pensare nella società moderna: niente esiste al di fuori di ciò che i sensi percepiscono! Non esiste nulla oltre al palpabile, al concreto, al materiale. Tutto ciò che non è scientificamente verificabile e misurabile è solamente congettura.

Le domande antropocentriche che cercano un senso alla vita sono la prova tangibile di un’arretratezza mentale! L’utilità funzionale delle cose, l’efficacia della loro organizzazione è il campo della ricerca scientifica, non le futili divagazioni sull’inconoscibile. L’uomo moderno sembra rassegnato ad una vita priva di valore, sembra rassegnato al tragico epilogo di una morte ineluttabile che metta fine ad una vita senza finalità.

Tutt’al più ha ancora una piccola speranza, si aggrappa al davanzale di una finestra aperta su un muro: la scienza metterà un giorno a sua disposizione il mezzo per prolungare la sua vita. La speranza di vita è oggi, nei paesi sviluppati, vicina agli ottant’anni, domani forse supererà il secolo o forse il secolo e mezzo. Questo esito non è un sogno irraggiungibile visti i progressi senza precedenti raggiunti dalla scienza nel campo genetico?

L’uomo moderno si aggrappa alla speranza di prolungare la sua vita e di godere di una migliore vita  grazie al progresso materiale, di una migliore salute ed elude accuratamente la domanda essenziale. Egli inganna la sua angoscia divertendosi per dimenticare ed evitare di far fronte all’evidenza della sua morte. Perché vivere a questo punto se la vita non è che un’assurda coincidenza, e se dopo la vita non c’è altro che la morte e la putrida tomba? Tanto vale suicidarsi subito!

Nelle società post-moderne, le comodità possono reprimere la domanda essenziale, come la miseria può farla dimenticare; ma niente può sopprimerla del tutto, dato che vive nelle viscere stesse di ogni essere umano, che sia capace di formularla o meno. Essa ritorna sempre, straziante, pressante, esigente una risposta.

In fondo ad ogni coscienza risiede in qualche angolo intimo l’attesa di un richiamo, di una voce caritatevole che ci annunci che la nostra esistenza ha un significato al di là della semplice presenza vegetativa nel mondo. Anche se la cultura moderna è terribilmente chiassosa ed invadente per il baccano che produce, la natura, la nostra natura primaria, la coscienza che sta alla base dell’essere più intimo di ciascuno, non sarà mai totalmente convinta che siamo qui per nessuna ragione di fondo.

In fondo alla coscienza umana, vi è una tensione che ci spinge verso qualcosa che sta al di sopra, verso lo spirito. Tale tensione può indebolirsi e cadere in sincope, ma non muore mai. Può essere assordata fin dall’infanzia e resa incapace di sentire il richiamo esterno, o resa ceca alla luce del giorno da una certa educazione e da una incerta cultura, ma non morirà mai. Si ritirerà in qualche angolo buio e segreto della coscienza dell’uomo moderno, coscienza ingannata dalla speranza che la scienza potrà un giorno risuscitare i morti e in attesa di quel giorno. L’uomo moderno potrà, vittima della sua illusione, riservare un posto per la sua salma in qualche obitorio criogenico per miliardari. La scienza metterà forse un giorno a disposizione di tutti l’elisir della gioventù prolungata, immaginato dai classici alchimisti, ma risponderà essa alla domanda centrale che abita ogni coscienza umana?

Risponderà mai, questa modernità che si distacca poco a poco dai suoi valori giudaico-cristiani per abbracciare unicamente le sue origini greco-romane? L’atteggiamento moderno di diffidenza e d’indifferenza, se non addirittura di ostilità dichiarata, all’razionale rigetta oggi ogni nozione metafisica. Gli eccentrici stravaganti che si occupano di parapsicologia o di qualche altra bizzarra branca sono mal tollerati e sempre più sospetti.

Tuttavia “cacciando la nostra natura dalla porta essa ritornerà dalla finestra”. La spiritualità, insita nell’uomo, braccata senza tregua dalla modernità ritorna da una finestra che dà su un abisso fatale. L’industria del ciarlatanismo è fiorente negli interstizi delle società moderne dove si combatte la vera natura dell’uomo.

Lo sfogo dello spiritualismo settario va nel senso contrario alla vera spiritualità, e numerosi sono coloro che cadono nel macabro: le sette dove si divora carne umana viva, e quelle dove il culto del suicidio di massa è di rigore, sono sempre in agguato intorno ai margini delle società moderne, insieme alle pratiche di stregoneria e dello spiritismo vecchio-gioco che fa girare i tavoli e parlare i cari defunti.

Lato giardino: la cultura greco-romana brilla con tutte le sue luci, ormai unico riferimento ufficiale di una civiltà in rottura con le sue radici spirituali. Il corpo, la bellezza plastica dell’atleta e della donna miss bellezza sono, insieme alle prodezze del campione olimpico, i valori sicuri della nostra epoca.

Sono i valori estetici e monetizzabili i più apprezzati: l’ingaggio della stella di calcio identico a quello del cantante divo, che guadagnano quanto la star del cinema, molto più di un Primo ministro, tuttavia molto meno di un campione di boxe che, per qualche minuto sul ring, può raccogliere una fortuna.

Lato corridoio: repressa e soffocata, la domanda naturale sul senso della vita cerca risposta nella notte delle cabine private e in seno alle sette clandestine che Satana è felice di recuperare.

 

Testo tratto dal libro “Islam e Modernità”, Al Ofok Impressions,  1998.

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